Rughe contorno labbra rimedi della nonna 1975

Negli ultimi dieci anni, tutti quelli che lo hanno letto – così come chi l’ha scritto, a essere onesti – si sono costantemente trovati alle prese con una serie di congruenze paradossali tra le storie raccontate in”.Su pescivendole, unendo con una linea immaginaria la punta dell’indice di Walter al suo obiettivo designato, l’attenzione del regista dietro la libreria si spostò dal bambino (in tunica nera e medaglione ballonzolante sul petto) fino alla madre di Stefano, in prima fila.Il blu coprente del velluto: e l’oro, ricamato a reticolo prunoso sulla stoffa pesante, creavano un effetto di soffocamento aggiunto; la rendevano l’incarnazione temporanea e ingigantita di un angioletto Thun con la gotta, mentre la bambina si trascinava da un punto all’altro della scena, in silenzio, compitando tra le labbra le parole di Walter a Stefano per non perdere la battuta.E infatti lo ripetevano ossessivamente da quando erano state aperte le tende rosse del sipario. Ma sempre con la consapevolezza prossima ventura dei versi di un poeta del Secondo Ottocento, Ernesto Ferranti: «Anche Cassandra / talvolta si stanca / del senno di poi: / “fin qui ve l’ho detto; / Brechtdance Riusciva a ricordarsi a fatica dei momenti della sua infanzia in cui era stato al centro dell’attenzione paterna; di quando, tra i sei e i nove anni, vestito da Estragone, da Šveik, da Padre Ubu, affogato nei veli di raso di Irìna Nikolàevna Arkàdina, oppure muovendosi con disinvoltura da minigangster in pigiama gessato, si divertiva a sparare su un suo ritratto a olio a grandezza naturale con una Beretta d’ordinanza.La fatica rugginosa dei condizionatori, in alto, vecchi di trent’anni, allagava l’ossigeno sottotetto del teatro di singhiozzi strascicati e lamentosi – enfisemi di polmoni d’acciaio che si mescolavano a vampate morbide di aria calda, al parlottare indistinguibile del pubblico di genitori: un bisbiglio sudato di telecamere digitali, risatine di compatimento, soggezione immotivata, cenni e torsioni improvvise del collo verso i vicini di fila.Davanti al lavello finto, Walter arringava Stefano dal riparo nascosto della sua barba di ovatta: un elenco a dito puntato verso un luogo preciso della platea, muovendosi esattamente come gli aveva consigliato Eugenio durante le prove.Nella barba finta di Walter Regola, nella gualdrappa ridicola che sembrava caduta addosso a Clara dall’alto.“…Papa, cardinali, principi, scienziati, condottieri, mercanti, pescivendole e scolaretti”.Con gli occhiali appoggiati al cartone della libreria, all’altezza di un buco in una copertina verde disegnata di piatto, Eugenio rinveniva finalmente i giorni opachi della sua prima infanzia portentosa.Marcello e Rosa si tenevano per mano, canticchiando la cover melodizzata di un vecchio successo rap di cui conoscevano soltanto il mm-mh-mmmh-mmàm-mmàam-màm iniziale.

Quello cui Eugenio assisteva dal suo riparo di quinta era la smania comune del ricordo: la nostalgia del passato ancora inavvenuto che si rende adesso già prima, prevede il futuro, riavvicina il tempo e lo spazio in un’unica ondata elettromagnetica bagnata dalla frenesia dell’orgoglio materno (o paterno: a seconda di chi, balzando in piedi come a un appello di leva muto, si assuma il compito della memoria).Bravo– ba-bàang”), in una rielaborazione “a pannelli” da Nostra Signora dei Turchi che lo stesso Carmelo Bene definì, una volta venuto a conoscenza dell’età del protagonista, “una crudeltà inammissibile”.Come se la precisione mirata dell’inquadratura potesse incendiarne il tempo e concentrare i raggi dell’attenzione sui vestiti di scena, i tentennamenti impazienti dei minuscoli attori senza battute; e tutto in modo da permettere al dopo di mangiarsi il presente, avvicinando i poli lontani dei parenti alla recita: che si stava consumando nonostante loro e che però ne avvertiva l’assenza – sagome sorridenti in carne e pixel – nell’aria tiepida del teatro.Lontani dagli occhiali in metallo di Eugenio, gli attori momentaneamente fuoriruolo – lui si era raccomandato: “Fate finta di non esserci, siate voi stessi, finché non tocca a voi…” – eseguivano versioni private degli esercizi di riscaldamento vocali.Da dietro la scenografia, che copriva metà palcoscenico – un fondale su ruote su cui era stata dipinta una libreria – Eugenio poteva vedere le scintille delle luci al neon del soffitto sul metallo cromato dei videofonini cellulari.